3 marzo 2020

Ultimo banco 26. Amuchina

Continui a sfregarti le mani per eliminare ogni atomo di impurità. Cerchi una purezza impossibile sulla Terra, perché la Terra è terra: me lo ha ricordato mercoledì scorso il rito delle ceneri, polvere sono e polvere ritornerò. Allora ti guardi le mani che dai sempre per scontate, tranne quando ti rivelano a che cosa ti aggrappi per non affondare: ma io sono davvero solo polvere? Per gli antichi di puro c’era solo il vino non tagliato con acqua e il divino non tagliato col tempo, e quindi immortale: a noi mortali la vita «in purezza» non è data. Il tempo ci rende «sanamente impuri», in lotta continua contro la morte, e per questo fecondi e creativi nel costruire la vita. Un virus ci ha ricordato questa impurità, sgretolando le facciate di febbrili routine e mostrandoci le fondamenta su cui viviamo, perché è di fronte alla paura della morte che si vede, tra ridicolo e ferocia, chi siamo veramente. Le fondamenta di una società che si dice «progredita» appaiono incerte e siamo costretti a chiederci su cosa abbiamo costruito, in cosa abbiamo avuto fede e, magari, come ricostruire.

Così fece Giovanni Boccaccio con il Decameron, all’inizio del quale narra il disfacimento di Firenze, resa un cimitero dalla peste del 1348. Anche lui vi aveva perso amici e parenti, e nella sua narrazione cercava salvezza per sé e i lettori: «Questo orrido cominciamento vi sarà, non altrimenti che ai camminanti, una montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano e dilettevole sia riposto». I ricercatori della cura contro la peste sono 10 giovani (7 ragazze e 3 ragazzi) che, dopo aver pregato in Santa Maria Novella, decidono di ritirarsi in campagna, ri-creando la vita che la peste ha distrutto, trascorrendo due settimane tra lavoro, meditazione e riposo. Ogni pomeriggio (tranne venerdì e sabato per ragioni liturgiche) si sceglie un tema e ciascuno racconta una storia, e così sono 10 i giorni (da cui il titolo dell’opera) nei quali vengono narrate le 100 famose novelle (Chichibio e la gru, Federigo degli Alberighi, Lisabetta da Messina…). Emergono così le fondamenta che lo scintillante autunno del Medioevo consegnava all’Occidente come antidoto alla morte. Fortuna, Amore e Ingegno sono infatti gli argomenti attorno a cui ruotano i racconti (e la vita), perché Amore e Ingegno sono le due forze umane capaci di contrastare la Fortuna, il caos dell’intera vicenda umana, compresa in modo esemplare tra la malvagità di Ciappelletto nella prima novella e la magnanimità di Griselda nell’ultima. Il Decameron è un distillato della cultura medievale per «ri-creare» la vita (il titolo riprende l’Exameron di Sant’Ambrogio, relativo alla creazione del mondo in sei giorni). Il più importante studioso di Boccaccio, Vittore Branca, dice infatti che le 100 novelle sono la versione «umana» dei 100 canti della commedia «divina» di Dante, a cui Boccaccio era profondamente legato (morì mentre ne esponeva l’opera ai fiorentini in piazza). Non si capisce il Medioevo se non si tengono insieme Decameron e Commedia come poli, umano e divino, della vita: «l’armonia di ansia del trascendente e di ricerca del concreto, di mistici rapimenti e corposa volontà di vivere, di eroismi civili e religiosi e di violenza degli istinti del sesso e della roba, rende così affascinante questa età così complessa e multiforme, madre della nostra cultura e della nostra vita». Mentre Dante narra il versante interiore della guarigione (dal peccato), Boccaccio quello esteriore (dalla peste). Per uno la «purificazione» è la via verticale verso la Vita, per l’altro è l’orizzontale difesa della vita, rappresentata simbolicamente da 10 giovani e 100 racconti, che arginano la morte ricreando le fondamenta della loro civiltà: ordine, razionalità, relazioni, bellezza.

E noi? Assaltiamo supermercati e farmacie, ci isoliamo, consultiamo di continuo aggiornamenti e informazioni. Non si sa a chi credere e, in assenza di verità, la paura, senza un preciso oggetto, diventa angoscia, che rende l’agire assurdo. Alla Fortuna non opponiamo né Amore né Ingegno: non ci siamo allenati in tempi di pace. Ci difendiamo dalla morte accumulando cose, medicine, informazioni:abbiamo imparato queste risposte. E così viviamo nella paura senza interrogarla, come invece è chiamata a fare una manciata di polvere animata dal soffio di Dio. Ci crediamo così progrediti che, quando sbeffeggiamo chi è retrogrado, usiamo l’aggettivo «medioevale». Ma forse se ci riscoprissimo eredi di un umanesimo che ha lasciato un «mondo» di bellezza, proprio perché sapeva che – divino e umano – sono entrambi necessari per fare il «mondo», apriremmo vie nuove contro la morte. L’Amuchina rende le mani pure, sterili, ma sterile è anche chi non crea e ricrea la vita: non può e non deve bastare per quello che le nostre mani possono ricevere, dare e fare.

Corriere della Sera, 2 marzo 2020 – link all’articolo e ai precedenti

3 responses to “Ultimo banco 26. Amuchina”

  1. Federica Salvan ha detto:

    Salve Professore, sono Federica, insegnate di Scienze umane, soprattutto, Filosofia, di Rovigo.
    Le, ti scrivo, tu è più diretto, spesso ,anche epistole, email.

    Puro ed impuro sono due simbolo primari nella si ufficio meno riposta da Paul Ricoeur, mio autore di Dissertazione di laurea, nonché oggetto di testipost lauream nella ricerca universitaria, nel campo
    della Fenomenologia, Ermeneutica.

    Puro è ciò che non è contaminato, corroso, deturpato secondo una ipotesi fenomenologica come Edipo che sconta la sua perdita con l’ incesto, mediante una abluzione nell’ esilio, dopo essersi sottratto la vista, sede del sapere nell’ Ellade e vaga, ramingo, sostenuto dalla figlia Ismene, finché non tornerà ad Atene, purificato dalla sua ybris.
    È un esempi dal mito, narrazione, nel filo rosso che illumina e desta, se si è offuscati.

    Forse, in questa temperie attuale,lo si è nel turbinio che non conosce il riposo della persona che pensa e parla con coscienza.
    Le nuove brevi bolgia a disposizione per comunicare a scuola, siano una via educativa, anche verticale che, innalzi al Vero, pieno e non caduco .
    Federica, grazie

  2. Maria Rosaria ha detto:

    Un nuovo virus è veleno e saetta, pur essendo più piccolo di un batterio. Non è un organismo vivente ma necessita di un altro organismo che lo ospiti per replicarsi e ci sta mettendo tutti alla prova con il suo successo essendo in grado di infettare in modo esponenziale ed infido l’uomo del 2020, che crede di essere così progredito, come avevano già fatto suoi simili in passato.
    Da giorni tutti parlano tanto e “non si sa a chi credere”. “In assenza di verità” restare muti oppure usare una parola piuttosto che un’altra fa la differenza.
    Le sue in “Amuchina” sono parole che esulano dall’ordinario, per evidenziare la fragilità e precarietà dell’uomo in ogni tempo che deve assestarsi tra ciò che conosce e ciò che è sempre sfuggente, tra ciò che è umano e ciò che è trascendente. Il più grande miracolo mai capitato è che siamo nati e chiamati a vivere ed agire con amore usando spirito, anima e corpo per conservare dignità.
    Grazie! Infinite grazie!

    P.S. Ho ascoltato più volte in questi giorni la lezione che ha tenuto a Bologna, in occasione dell’apertura delle Romanae Disputationes, per cogliere ogni dettaglio della sua arte del raccontare non solo scrivendo ma anche dal vivo sapendo gestire la voce, le pause e la gestualità. Le parole scandite, piene di energia ed efficaci perché da lei intimamente sentite, esposte con la precisione di chi conosce anche le regole di una delle più antiche forme d’arte che è il teatro.
    E’ un piacere poterla ascoltare. In alcuni momenti in cui non si è sottratto dal rispondere a domande personali che gli hanno posto i ragazzi mi ha commossa.
    Complimenti!

  3. Pepita Jimenez ha detto:

    E’ particolarmente interessante questo articolo.
    Penso che quello che stiamo vivendo oggi sia l'”oscuramento dell’intelligenza” come diceva il filosofo Michele Federico Sciacca. Siamo impuri e non siamo onnipotenti.
    Tuttavia, l’uomo odierno sembra aver perso ogni limite e coscienza del limite.
    La società nostra non è progredita, nemmeno civile , perché persegue il progresso inteso solo dal punto di vista materiale-tecnologico, trascurando il progresso morale, spirituale.
    La nostra è una società della seduzione, delle seduzioni, dove chi non riesce a seguire il ritmo frenetico dei consumi, viene lasciato indietro e viene isolato. E’ una società progressista, dove per progressismo si intende lotta contro la tradizione.
    E’ una società che ha paura della contaminazione, delle contaminazioni. Forse per questo crede che l’Amuchina sia davvero la salvezza (della serie: la salvezza a portata di mano, anzi: a portata di borsa).
    Eppure Gesù disse che è ciò che esce dal cuore dell’uomo a renderlo veramente impuro (Mc 7,14-23) .
    Ho visto alla tv , ma anche dal “vivo” , scene apocalittiche , intese nel duplice significato di “rivelazione” e di “abominio della desolazione”. Questo virus sta mostrando le crepe del nostro sentimento di onnipotenza.
    Dovremmo ritornare ad essere come bambini . Loro vivono nella sana ingenuità e non si hanno le fobie della salute come noi e si ammalano di meno. Perché non è detto che creare un ambiente asettico e sterile sia un bene dal punto di vista fisiologico, anzi l’organismo può indebolirsi ulteriormente.
    E’ giusto, in una certa misura, avere delle precauzioni igieniche, ma perché non si pensa mai alla salute, alla cura, all’igiene dell’anima?
    Speriamo che questa sia l’occasione per ritornare ad affidarsi all’Amore e all’Ingegno. La misura è colma!

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