2 febbraio 2021

Ultimo banco 65. Qualcosa di personale

Nel primo giorno di scuola «in presenza» ho ascoltato i miei studenti del secondo anno sui Promessi Sposi. Il romanzo più odiato dagli italiani può avere un effetto sorprendente anche su ragazzi di 15 anni, se lo lasci accadere (cioè lo leggi per intero) e non lo vivisezioni o lo usi come «pre-testo» per degli «interrogatori».

Io sceglievo un passo dai primi capitoli per ciascuno dei miei studenti che, dopo averlo letto con cura, avevano a disposizione dieci minuti, senza che io li interrompessi, per aprire «il mondo» che si trovava in e tra quelle righe. Benché avessimo tutti la mascherina, ho gioito nel vederli entrare spesso in risonanza con le pagine, che ci hanno resi vicini in questo solitario periodo di DAD. Ascoltare dei quindicenni, spesso fermi sul mi piace/non mi piace (sinonimo di mi diverte/mi annoia), argomentare per dieci minuti (sfido un adulto a farlo) sul perché di un aggettivo, di una descrizione, di un gesto, o sulle caratteristiche di personaggi che sono ancora dentro e vicino a noi, ha aggiunto fuoco alla mia gioia di rivederli «in presenza».

Non avevamo reso il romanzo utile a fare interrogazioni ma interrogativi, grazie a Manzoni eravamo ancora «più in presenza»: accorti, pazienti, riflessivi. Non un semplice stare al mondo, ma un più profondo abitarci attraverso l’esperienza umana distillata in un grande classico. E così, tornando a casa, mi è tornato in mente il breve ma potentissimo Sunset limited di Cormac McCarthy, uno dei miei scrittori preferiti (c’è anche la versione cinematografica sceneggiata dallo stesso McCarthy e di cui vedete sopra un fotogramma).

In una casa popolare di New York un nero quasi senza istruzione e un bianco docente universitario dialogano tra loro. Il professore ha appena tentato il suicidio provando a gettarsi sotto un treno (il Sunset Limited), ma l’altro lo ha afferrato in tempo e poi ospitato nella propria casa. Il bianco gli spiega che ha sbagliato a salvarlo mentre il nero vuole convincerlo del contrario: chiunque avrebbe fatto come lui, perché la vita è sempre più grande dei pensieri o sentimenti che possono portare a preferire la morte. E lo ha imparato da un libro che tiene lì sul tavolo della cucina, il libro di Giobbe, contenuto nella Bibbia.

Il bianco gli risponde di aver letto almeno due libri a settimana per quarant’anni, quattromila libri, ma non quello. Il nero, che parla in modo spesso sgrammaticato, si stupisce del fatto che tanti libri non gli siano serviti ad amare di più la vita. Così il discorso cade su ciò in cui si crede, che è poi ciò per cui si vive (provate a sostituire i vostri «credo in» con «vivo per» e ne avrete conferma). Il bianco aveva creduto nei libri, nella musica, nell’arte… ma poi tutte quelle cose non gli erano più bastate. «Ed è questo che ti ha spinto a buttarti giù dal binario. Non una questione personale?», chiede stupito il nero e l’altro: «Ma è una questione personale! È proprio questo l’effetto dell’istruzione. Rende il mondo intero qualcosa di personale».

Il nero allora gli fa notare la contraddizione: «A che servono idee del genere se poi non riescono a farti tenere i piedi incollati per terra quando arriva il Sunset Limited a 130 all’ora?». Il bianco è costretto ad ammettere: «Forse non credo in niente» (cioè “non vivo per niente”). La cultura è stata solo passatempo o erudizione, infatti non lo ha reso più umano ma più indifferente.

E oggi? L’istruzione ci aiuta a tenere i piedi incollati per terra? Rende il mondo, cose e persone attorno a noi, una questione personale? Maestri e discepoli escono da scuola con più «intelligenza del cuore», una conoscenza delle cose della vita che è amore per la vita? Al bianco è mancato un amico cui confidare la sua solitudine, come sta facendo con lo sconosciuto. La nostra «civiltà» tradisce spesso una contraddizione, la stessa che ha portato il bianco alla disperazione: la cultura non ci rende più attenti, sensibili, amici, umani, vivi… Ma se una cultura non rende la vita più trasparente e i legami tra le persone più semplici e autentici, allora non è civiltà, ma fuga dalla realtà cioè dalla vita stessa.

Il bianco non si lascia convincere dai ragionamenti dell’altro, non vede la risposta eppure ce l’ha sotto gli occhi: non è in un ragionamento ma in ciò che il nero sta facendo per lui. Così se ne va, fermo nel suo intento. Il nero gli sorride ma poi, chiusa la porta, si sente sconfitto e, nella sua povera cucina, piange e prega.

Come andrà a finire? Importa fino a un certo punto, perché quel che conta è ciò che è accaduto. Il nero, pur avendo letto poco, ha una cultura che ama la vita: sa che per essere vivi non bisogna mai perdere la relazione con Dio e con gli altri. Per certi versi egli ne «sa» più del professore, perché «sa stare» nella vita, per quanto ne conosca bene i limiti (ha letto bene Giobbe). E credo che questo si impari soprattutto a scuola, perché l’istruzione non serve a fare interrogazioni o carriere, ma a rendere il mondo qualcosa di personale… persino i Promessi Sposi.

Corriere della Sera, 1 febbraio 2021 – Link all’articolo e ai precedenti

4 responses to “Ultimo banco 65. Qualcosa di personale”

  1. Giorgio Gobbo ha detto:

    Credo che per tutti la vita sia una ricerca del proprio ruolo nel mondo. Non importa se sei un professore o un semianalfabeta, quello che importa sentirsi parte di Qualcosa.
    Per questo la scuola deve esser un aiuto per i ragazzi a trovare se stessi, le proprie capacità senza sentirsi giudicati. E per far questo tutto può essere utile (anche i Promessi Sposi), ma la ricerca deve essere guidata da una persona competente e generosa che segue il ragazzo fino al momento in cui si sentirà di camminare con le proprie gambe.

  2. ISY ha detto:

    Viviamo in una “società dell’immagine”, ma allo stesso tempo viviamo in una società ipercerebrale.
    Le persone vengono stordite da questo dilagare di immagini, alle quali non sempre, si riesce a dare significato, soprattutto i giovani. Allo stesso tempo, si richiedono performance sempre più raffinate, nei rapporti sociali etc.
    Si sperimenta questa dissonanza : da un lato una società senza logica, diciamo “acefala”, dall’altro lato la stessa società è ipercerebrale. Si richiedono tante nozioni, tante informazioni.
    Il professore universitario di “Sunset Limited” è emblema di questa ambiguità : di una cultura ipernozionistica che non è cultura, ma erudizione… Anche le nozioni che studiamo devono essere vissute, invece il professore si fa erede di questo ipernozionismo estraneo alla vita.
    Ad un certo punto sopraggiunge questa disperazione che è sintomo di una vita che cerca di venire alla luce, ma trova reticenza. La cultura del “bianco” è proprio estranea alla vita, estranea anche a quell’amico di cui si dice che è nero e quasi analfabeta e che rappresenta per lui l’ultimo punto di approdo. Le nozioni possono essere sterili. L’erudizione, che si contrabbanda per cultura, è sterile e rischiamo di non accorgercene. Al professore universitario di “Sunset Limited” manca quella “generativita'” e fecondità di cui parla Erickson, contrapponendola alla stagnazione perché la sua erudizione non si apre alla vita. Proprio qualche settimana fa ho scritto sul mio profilo che i libri possono avere due funzioni : farci capire di più il mondo, per amarlo e per capire le sue problematiche, oppure per nasconderci dal mondo (quest’ultima è una funzione negativa).
    Come facciamo a non farci fagocitare da questa società squilibrata che cerca di stordirci e poi ci richiede performance perfette?
    Eppure, anche se la disperazione del professore è un tunnel nero come la pece, può esserci sempre un attaccamento e un punto di “attracco” alla vita.
    Lo dimostra una poesia letta in classe da una collega di italiano, poesia che mi ha colpito molto : “Veglia” di Giuseppe Ungaretti.
    Proprio tra gli orrori assoluti della guerra, il poeta scrive : ” Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Forse la disperazione del professore di “Sunset” pur nella tragedia assoluta è stata proprio un “sintomo” e un segno che gli ha fatto capire quanto sia importante vivere una cultura incarnata e non una cultura asettica. Forse anche il professore, infine, ha fatto proprie le parole del poeta Ungaretti e magari le ha urlate nel buio del suo tunnel.

  3. Giovanni Pillitteri ha detto:

    Caro Alessandro grazie per i tuoi articoli, che sinceramente mi aiutano ad essere un insegnante migliore. A proposito dei “Promessi Sposi e di lasciarli accadere…”, ti volevo raccontare il lavoro compiuto in Dad dalla mia II liceo di Ciminna (succursale del liceo scientifico “D’Alessandro” di Bagheria).
    Abbiamo guardato ai personaggi mettendo in primo piano le loro relazioni interpersonali chiedendoci quali emozioni e sentimenti arrivassero nei loro e nei nostri corpi.
    Di ogni sensazione e pensiero prendevamo nota e ciò è servito ai ragazzi per elaborare ai personaggi delle domande e delle risposte che sono diventati 3 video di intervista doppia che abbiamo pubblicato su youtube:
    – Lucia e Gertrude (storie di donne diverse a confronto)
    – Renzo e Don Rodrigo (due diversi modi di amare)
    – Don Abbondio e Fra Cristoforo (vivere o meno la propria vocazione).
    Se avrai voglia e tempo un giorno mi piacerebbe ricevere un tuo parere, ti allego i link dei video:
    https://www.youtube.com/watch?v=Cbmcn5Yx_1c
    https://www.youtube.com/watch?v=IGXhoFkfNAE
    -https://www.youtube.com/watch?v=AH8wEMGaWPQ
    Un salutone e grazie sempre per tutto, la tua è una penna che riscalda, sia noi grandi ma in special modo i ragazzi.
    Giovanni Pillitteri di Palermo

    • Prof 2.0 ha detto:

      Grazie per questa bella condivisione. VI guarderò con curiosità. Bellissima idea. A presto e un caro saluto ai tuoi ragazzi

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