9 febbraio 2021

Ultimo banco 66. Colui che resta

In una giornata invernale così luminosa che i colori sembravano soffiati nel vetro da un esperto artigiano, per godermi lo spettacolo, dopo scuola, ho deciso di tornare a piedi passando per un parco. Ma lo sguardo è stato catturato dalle vite che sostavano sulle panchine: clochard con le loro case ambulanti fatte di sacchetti, un ragazzo stremato vicino alla sua bicicletta da food delivery, un uomo addormentato con una bottiglia di vino vuota al suo fianco… Rivolgendo un saluto a ciascuno mi sono però rattristato. Non conoscevo le loro vite, e le scelte che li avevano portati lì in quel momento, né i loro stati d’animo. Ma mi è sembrato di avvertire una ferita, la «porta stretta» che Cristo indica come la strada per la vita. Ciò non significa disprezzare la vita di adesso ma abbracciarne i limiti (insuccessi, fallimenti, delusioni, sofferenze): accettare la realtà comporta un pianto che, come quello di un bambino dopo il parto, dà inizio al suo respiro autonomo. Ma abbracciare i limiti, in una cultura che spesso vuole ignorarli, rende ancora più stretta la porta per nascere. Come fare? Me lo ha ricordato in queste settimane la rilettura (dato il periodo) della Peste di Camus, che narra ciò che l’uomo può fare di fronte al male, in questo caso la peste che colpisce una città felice negli anni 40. Camus inventa l’espressione «fatalismo attivo» riferendosi a uno dei suoi personaggi, un sacerdote che all’inizio interpreta la peste come castigo di Dio ma poi, toccato da vicino dalla malattia, apre gli occhi, accettando che il male, soprattutto per chi ha fede, è un limite di fronte al quale più che arrovellarsi sulla misteriosa azione o assenza di Dio bisognerebbe chiedersi «che cosa faccio io»: «Se si crede al cronista della grande pestilenza di Marsiglia, degli ottantun religiosi del convento della Mercy quattro soltanto sopravvissero; e di questi tre fuggirono. Tutti i pensieri di padre Paneloux andavano a colui che era rimasto solo, nonostante i settantasette cadaveri, e, soprattutto, nonostante l’esempio dei tre confratelli. E il Padre, battendo col pugno sull’orlo del pulpito, gridò: “Fratelli miei, bisogna essere colui che resta!”. Bisognava soltanto cominciare a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentar di fare del bene».

Tutti, prima o poi, siamo toccati dal peso dei limiti, la porta stretta da cui passare per diventare uomini e donne autentici, senza trasformare il male che vediamo, sentiamo o subiamo, negli esiti che nel libro sono ben rappresentati dalle possibili e umane reazioni: risentimento, vendetta, indifferenza… «Colui che resta» accetta che la vita sia ferita e la cura (come Rambert, il giovane giornalista che di fronte all’orrore vuole scappare, ma rimane colpito dai volontari che aiutano i malati e si lascia arruolare tra loro), al contrario di chi usa il male come scusa per fare altro male (come Cottard che ne approfitta per vendere al rialzo beni scarsi ma necessari) o come alibi per non fare il bene (come Grand intento a scrivere la sua opera letteraria e più preoccupato del suono di una frase che dei lamenti dei malati accanto a lui). Il «fatalismo attivo» di cui parla Camus non è rassegnazione né disfattismo, assomiglia piuttosto all’abbraccio di un padre a un figlio che si è «fatto male» proprio per aver disobbedito (un figlio resta sempre figlio). Di fronte al male si resta sgomenti, ma il male è una chiamata a diventare uomini, cioè a «restare», come Rieux, il medico protagonista del libro che, per tutta la durata della peste, nonostante la moglie lontana e gravemente malata, non si sottrae al suo compito: «quello che si era dovuto compiere e che avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici». Questa tensione al bene è presente in ogni uomo e donna, e quelli che la realizzano sono «medici» che curano il mondo da ogni peste, qualunque sia la forma in cui si presenta: «Il dottor Rieux decise di redigere il racconto per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che gli erano state fatte, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare». La porta stretta apre gli occhi, perché la stessa cosa o persona guardata con amore o con disprezzo diventa totalmente diversa.

Le vite sulle panchine mi interpellavano: che significava essere «colui che resta»? Pensando al medico Rieux, mi sono detto: prepara bene la lezione, fai con cura l’appello, guarda i ragazzi uno per uno, sorridi a ciascuno e resta vicino anche al più «pestifero». O almeno provaci. E per voi?

Corriere della Sera, 8 febbraio 2021 – Link all’articolo e ai precedenti

One response to “Ultimo banco 66. Colui che resta”

  1. ISY ha detto:

    Ho letto il libro di Camus : “La peste”, proprio la scorsa estate. La copertina, di una vecchia edizione della Bompiani, reca l’immagine di un porto immerso nella nebbia. Ho trovato l’immagine molto suggestiva perché rappresenta l’irruzione del mistero nella vita tranquilla di una città tranquilla :Orano.
    Per me, colui che resta è colui che rimane, non tanto in un luogo fisico, ma è colui che sosta in se stesso. Restare non è collegato ad un luogo, ma è collegato ad uno stato. Colui che resta è colui che ritorna, colui che aspetta, colui che ama, colui che si prende cura. Non è una cosa facile. Rimanere non è facile, soprattutto se rimanere significa vivere spiritualmente, cioè secondo lo Spirito Santo e secondo lo spirito. Sostare è difficile, ancora di più sostare in sé. “So-sein” vuol dire esserci. Ecco cosa vuol dire restare.
    L’uomo è un pro-getto gettato nel mondo diceva Heidegger.
    Colui che resta è colui che è, che cerca di esserci.
    È un progetto consapevole.
    Soprattutto, colui che resta è un essere che lotta contro il nihilismo.

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